Medici influencer? Attenzione alle parole

medici influencer

Stanno spopolando sul web. Macinano più post che referti, alcuni mostrano un’attenzione così maniacale a luci e trucco da far pensare che forse la strada professionale migliore, più che in ospedale, potrebbe essere quella del palcoscenico.

Sono i medici influencer, due nomi che in realtà al buon senso dovrebbero suonare come un ossimoro, e invece letti insieme danno alla professione medica quel tocco di glamour di cui avevamo tanto bisogno. O no?

Perché il termine influencer, che non nasce oggi, non si riferisce a qualcuno che informa, ma che influenza.

E un medico non dovrebbe influenzare. Ma informare.

Quindi, in sostanza, gli influencer che obiettivo hanno? Cambiare tendenze, dettare le mode, influenzare sulle scelte di consumo.

Che c’azzecca tutto questo con la medicina?

Come detto, gli influencer sono nati secoli fa con intenti ben precisi.

Caterina de Medici ha sdoganato il profumo e i tacchi alti….

…ed Elisabetta I d’Inghilterra ha reso glamour la carnagione diafana, le labbra scarlatte…e i denti gialli. Molte suddite, infatti, imitavano fedelmente la regina, arrivando persino a tingersi i denti per replicare l’effetto dei denti scuriti di Elisabetta.

Tornando al nostro caso, il fenomeno dei medici influencer, o “medinfluencer”, rappresenta una tendenza in crescita nel panorama digitale, con professionisti sanitari che utilizzano piattaforme social per divulgare informazioni mediche, promuovere la salute pubblica e interagire direttamente con il pubblico.

E crescono non a caso. Secondo un sondaggio IPSOS del 2022, il 24% degli italiani cerca informazioni sulla propria salute sui social.

E ora arriva la chicca: l’83% di queste persone segue esperti di salute, soprattutto medici – i medici influencer – su piattaforme social, e l’80% si fida più dei loro consigli rispetto a quelli trovati casualmente sul web.

Tutto bene quindi? Fermi tutti.

Questa evoluzione, a mio avviso, offre sia opportunità significative sia rischi potenziali.

Perché se è vero che la divulgazione è cosa buona e giusta, quando questa ha come obiettivo la fama e non tanto l’utilità sociale, si può trasformare in eccesso, può strabordare dal mero compito di informare in campo medico e puntare a qualcosa di diverso: fama, notorietà, millemila follower.

E’ opinione di chi scrive che la sobrietà sia una virtù indispensabile per chi pratica l’ars medica, per cui il rischio è che questa sobrietà si perda a favore di un’esagerazione di informazioni, presenze e ridondanze, che non servono la causa per cui – in teoria – nascono: informare in modo corretto e imparziale su temi di medicina.

Non faccio l’elenco dei medici influencer. Se siete curiosi, Flu Plus ha fatto diverse analisi e classifiche sui medici più seguiti.

I Medici influencer, tra rischi (tanti) e opportunità (insomma..)

Partiamo dalle opportunità (lasciando fuori la fama, il successo, il fatto che ti possano chiamare in tv, e magari pagarti pure…parliamo delle opportunità per chi legge o ascolta questi medici).

  • Educazione e sensibilizzazione: I medici influencer possono diffondere informazioni scientificamente accurate, contribuendo a migliorare la conoscenza sanitaria della popolazione e contrastando la disinformazione.
  • Accessibilità e interazione: Attraverso i social media, i medici possono raggiungere un pubblico ampio e diversificato, facilitando l’accesso a consigli di salute e creando un dialogo diretto con gli utenti.
  • Promozione della salute pubblica: I medici possono utilizzare le loro piattaforme per promuovere campagne di prevenzione, stili di vita sani e comportamenti positivi, influenzando le scelte della comunità.

E ora veniamo ai rischi. Tengo a sottolineare che non è il numero dei follower il problema, ma il modo con cui si comunica: se si mantiene il timone nel modo corretto, senza farsi accecare dalle luci della ribalta, e avendo sempre in mente il bene dei pazienti e l’informazione oggettiva, ben vengano gli 8 miliardi di follower. Se invece il timone inizia a girare impazzito, ecco i rischi.

  • Compromissione della professionalità: un uso inappropriato dei social media può mettere a rischio l’immagine professionale del medico e il rapporto di fiducia con i pazienti. È fondamentale mantenere una netta separazione tra vita privata e attività professionale online.
  • Diffusione di informazioni non verificate: la rapidità dei social media può portare alla condivisione di contenuti non accurati o non aggiornati, con potenziali conseguenze negative sulla salute pubblica.
  • Violazione della privacy: la condivisione di dettagli su casi clinici o interazioni con pazienti senza adeguato consenso può violare la riservatezza e le normative sulla protezione dei dati.

Dai rischi di questa sovraesposizione sui social è corsa ai ripari anche la FNOMCEO, stilando nel 2023 le Raccomandazioni sull’uso di social media, di sistemi di posta elettronica e di istant messaging nella professione medica e nella comunicazione medico-paziente”.

Influencer o opinion leader?

In questa intervista corale pubblicata su Forward e realizzata a diversi clinici ed esperti di tematiche sanitarie, si evidenziano i rischi di cui ho appena parlato. I professionisti intervistati mettono in luce come il panorama dell’informazione medica stia attraversando una profonda trasformazione con l’avvento degli influencer sanitari.

La distinzione tra questi nuovi comunicatori e gli opinion leader tradizionali è netta: mentre i secondi basano la loro autorevolezza sulla competenza scientifica e parlavano principalmente ad altri professionisti, gli influencer si rivolgono direttamente al grande pubblico. Questo rapporto diretto, senza la mediazione giornalistica, presenta luci e ombre. Da un lato permette una comunicazione più immediata e comprensibile, dall’altro rischia di banalizzare temi complessi. Come sottolinea Walter Ricciardi, c’è il pericolo di offrire “soluzioni semplici a problemi complessi”.

L’esperienza della pandemia ha reso questi aspetti ancora più evidenti. La molteplicità di voci e opinioni, invece di arricchire il dibattito pubblico, ha spesso generato confusione. Antonella Viola evidenzia come il confronto scientifico dovrebbe avvenire nelle sedi appropriate e non davanti a un pubblico che non ha gli strumenti per valutare le diverse posizioni. Salvo Di Grazia aggiunge che sui social “non c’è dibattito ma opinioni” e il pubblico finisce per “tifare” per l’una o l’altra parte.

Un aspetto interessante emerge dalla proposta di rendere le istituzioni stesse più presenti sui social. Nino Cartabellotta (Fondazione GIMBE) sostiene che il loro silenzio in questi spazi rischia di legittimare indirettamente i contenuti antiscientifici. Tuttavia, come fa notare Pierluigi Lopalco, è difficile per un’istituzione replicare l’efficacia comunicativa di un influencer, basata molto sull’identificazione personale.

Infine, gli intervistati concordano sulla necessità di una maggiore regolamentazione del settore, a partire dalla trasparenza sui compensi ricevuti. Roberta Villa sottolinea l’importanza di definire chiaramente i diversi ruoli (influencer, giornalista, divulgatore) e di trovare modelli sostenibili per una divulgazione scientifica di qualità.

La domanda quindi è: come far diventare i social un luogo dove trovare informazioni scientifiche di qualità, e non semplici opinioni?

Perché un professionista, per quanto oggettivo, parlerà sempre del suo modo di curare certe patologie, attingendo più alla sua esperienza che a Pubmed. Cosa che invece non fa un’istituzione – o non dovrebbe fare.

Perché se è vero che portare il dibattito scientifico in televisione, senza intermediazione, ha portato più confusione che informazione in chi ascoltava, pensiamo a cosa può succedere sui social, dove ogni medico ha il suo palcoscenico, senza neanche un confronto con altri colleghi. E ha di fronte persone che non hanno la sua competenza e che credono a tutto quello che dice.

Il rischio che la Iatrodemia di cui ci ha parlato il dottor Paolo Nucci in questo articolo arrivi anche sui social è lampante. Rimarremo a guardare, come abbiamo sempre fatto?

Io non rimango a guardare. E già da tempo sto portando avanti corsi di comunicazione per i medici che vogliono comunicare sui social.

Ve ne parlerò nei prossimi post, con qualche esempio concreto su come sia possibile comunicare bene anche online.


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