Una famiglia trovata senza vita in una casa di Perth, in Australia. Due genitori. Due figli adolescenti, entrambi autistici. Tre animali domestici. Un cartello sulla porta: “Non entrate. Chiamate la polizia.”
La notizia arriva in Italia nel giro di poche ore. E qui inizia il problema.
Perché quello che i giornali italiani hanno fatto con questa storia non è giornalismo. È un caso da manuale — in negativo — di come non si raccontano né il suicidio né l’autismo. Un caso che viola sistematicamente le linee guida su come raccontare i suicidi sui media che l’Organizzazione Mondiale della Sanità pubblica, aggiorna e distribuisce gratuitamente dal 2008 proprio per evitare che il racconto mediatico di una morte diventi l’innesco della prossima. Ma che viola anche il nostro Testo Unico sui Doveri del Giornalista, che all’art. 15 spiega come devono essere trattati i casi di suicidio nella narrazione giornalistica.
Regola numero uno: non descrivere il metodo. L’hanno descritto.
L’OMS – e il Testo Unico – lo dicono con una chiarezza che non lascia spazio all’interpretazione: quando si riporta una notizia di suicidio, non si descrive il metodo. Mai. Non è un dettaglio di colore. Non è un elemento che aggiunge comprensione alla notizia. È un fattore di rischio misurabile.
Una meta-analisi pubblicata sul British Medical Journal nel 2020 — 31 studi, diversi Paesi — ha documentato che dopo la diffusione di notizie su casi di suicidio l’incidenza aumenta in media del 13%. L’aumento è ancora più marcato quando viene specificato il come (+30%).
Uno degli articoli italiani sulla tragedia di Perth avanza un’ipotesi esplicita sul mezzo utilizzato. In chiaro. Senza avvertenze. A portata di chiunque stia leggendo.
Regola numero due: non diffondere i contenuti delle lettere d’addio. Li hanno diffusi.
La famiglia aveva lasciato due biglietti. L’OMS dice che gli ultimi messaggi delle persone decedute per suicidio non vanno pubblicati. Non vanno riassunti. Non vanno trasformati in narrazione. Il motivo è semplice: una persona vulnerabile che legge quelle parole può identificarsi. Può pensare: anch’io mi sento così. Può sentirsi legittimata.
C’è un fortissimo rischio di emulazione.
I giornali italiani hanno raccontato il contenuto delle lettere nei dettagli. Le disposizioni finanziarie. Le volontà di sepoltura. Le motivazioni del gesto. Le lettere sono diventate il cuore narrativo degli articoli — l’elemento che tiene insieme la storia, che le dà pathos, che la rende “notiziabile.”
In realtà, la rende pericolosa.
Regola numero tre: non presentare il suicidio come soluzione. L’hanno fatto.
Questa è la violazione più grave, perché non è un singolo errore, ma una scelta strutturale. Tutti gli articoli italiani che ho analizzato seguono la stessa identica architettura narrativa.
Il sistema li ha abbandonati. I servizi hanno tagliato i fondi. La scuola ha espulso uno dei ragazzi. I genitori erano esausti, soli, senza via d’uscita. I ragazzi erano autistici gravi, non verbali. Notti insonni..etc etc…. E quindi……
E quindi.
Come se il gesto fosse la conseguenza logica. Come se, date quelle premesse, non ci fosse alternativa. Come se fosse — tra le righe, ma neanche troppo — comprensibile.
L’OMS chiede esplicitamente di non presentare mai il suicidio come la soluzione di un problema. Questa struttura causa-effetto fa esattamente il contrario. Non racconta un fatto: costruisce una giustificazione.
Anche perché, chiariamolo: non è una lettera a spiegare davvero le motivazioni di un gesto così estremo. Non sapremo mai davvero quale siano stati i motivi, gli stati d’animo. Nessuna lettera potrà mai spiegare un fenomeno così complesso come il suicidio, e in questo caso, l’omicidio dei propri figli.
Prendere quelle lettere, ascoltare qualche amico, e confezionare articoli che sembrano romanzi strappalacrime anziché resoconti giornalistici, non è fare informazione. E’ sempre la stessa pornografia del dolore di cui ho già parlato. Si fa con le tragedie, si fa con i suicidi.
Questi racconti enfatizzano, estremizzano situazioni che possono vivere anche altre famiglie: cosa può pensare una famiglia con figli autistici difficili da gestire (ce ne sono tante, che lottano silenziosamente ogni giorno, spesso sole) che leggono un articolo come questo? Che non è nemmeno un articolo, sembra la pagina di un monologo. Qui il resto.
Regola numero quattro: evitare titoli sensazionalistici. Non l’hanno evitato.
“I figli autistici hanno problemi a scuola, genitori li uccidono e si tolgono la vita: si sentivano soli.”
Questo è un titolo reale, pubblicato da una delle principali testate digitali italiane. Comprime un evento di complessità enorme in un nesso causale diretto: figli autistici, problemi, omicidio-suicidio. Tutto in una riga. Il lettore non deve nemmeno aprire l’articolo per ricevere il messaggio: l’autismo dei figli ha portato alla morte di tutti.
Che poi è un titolo senza senso: cosa vuol dire che avevano problemi a scuola? Erano stati bocciati? La semplificazione estrema che arriva a banalizzare un atto tragico.
L’OMS e il nostro Testo Unico raccomandano titoli sobri, non sensazionalistici, e il posizionamento non prominente delle notizie di suicidio. Questo titolo è l’opposto esatto di ogni raccomandazione.
Regola numero cinque: includere risorse di aiuto. Non le hanno incluse.
In qualsiasi articolo che tratti di suicidio, le linee guida OMS prescrivono di inserire informazioni concrete su dove trovare supporto. Numeri di telefono. Servizi territoriali. Risorse accessibili immediatamente.
Negli articoli italiani? Una frase generica attribuita alla polizia australiana: “Esortiamo chiunque sia in difficoltà a chiedere aiuto.” Fine. Nessun numero. Nessun servizio. Nessun riferimento al contesto italiano. Come se un lettore in crisi, a Milano o a Palermo, potesse chiamare la polizia di Perth.
In Italia ci sono servizi come il Telefono Amico e il Telefono Azzurro. Nessuno li ha citati.
E poi c’è l’altra metà della storia. Quella che nessuno ha raccontato.
I due ragazzi uccisi avevano sedici e quattordici anni. In ogni articolo che ho letto non sono raccontati come persone, ma come i pesi.
Non esistono come persone. Esistono come diagnosi. “Autismo grave non verbale” è l’unica identità che gli viene concessa — e viene usata come chiave esplicativa universale. È l’autismo che causa l’insonnia. È l’autismo che causa i problemi scolastici. È l’autismo che causa l’esaurimento dei genitori. È l’autismo che — nella logica implicita di questi articoli — causa la morte dell’intera famiglia.
Un articolo riporta che la scuola aveva descritto uno dei ragazzi “come un mostro.” La citazione resta lì, tra virgolette, senza commento. Senza che nessuno si fermi a dire: questo linguaggio è il problema, non il ragazzo.
In Australia, almeno, qualcuno lo ha detto. La Commissaria per la Discriminazione delle Disabilità, Rosemary Kayess, ha dichiarato pubblicamente: “Dobbiamo respingere l’idea che la disabilità sia un peso. L’omicidio non è mai un’opzione. Ogni bambino ha diritto alla vita, alla sicurezza e al supporto.”
In nessuno di questi articoli ho letto interviste alla comunità autistica italiana, a psicologi, sociologi e altre figure che potessero aiutare a spiegare le difficoltà che si possono incontrare a crescere persone autistiche, ma anche le risorse che si possono attivare per farcela.
Una notizia di suicidio dovrebbe essere l’occasione per parlare di prevenzione al suicidio, non per romanzare sul suicidio.
Senza contare che l’autismo ancora oggi non si racconta nel modo giusto. Alcuni articoli lo hanno associato a disagio mentale, ma l’autismo è una neurodivergenza, non un disagio mentale. E ancora, si continua a usare affermazioni come “affetto da autismo”, senza sapere (o sapendolo e fregandosene) che non è il modo corretto di definire le persone autistiche.
“Affetto da” non si dovrebbe neanche più usare, per nessuna patologia o condizione.
Ma ai giornalisti, a buona parte dei giornalisti, non gliene frega nulla. Sono solo storie tragiche da raccontare, da cui ricavare visualizzazioni e click. Non esistono come persone.
La cosa che i giornali non sanno (o non vogliono sapere)
C’è un dato che cambia tutto, e che quasi nessuno conosce.
L’effetto Werther — l’aumento dei suicidi imitativi dopo una copertura mediatica irresponsabile — ha un opposto. Si chiama effetto Papageno, dal personaggio del Flauto magico di Mozart che viene dissuaso dal togliersi la vita.
Uno studio austriaco ha dimostrato che quando i media raccontano storie di persone che hanno attraversato una crisi suicidaria e ne sono uscite grazie all’aiuto ricevuto, i suicidi nella popolazione calano.
Non è una teoria. Non è un auspicio. È un dato replicato.
Significa che ogni articolo è una scelta. Puoi scrivere un pezzo che descrive il metodo con cui la persona si è tolta la vita, pubblica le lettere d’addio e presenta il suicidio come l’inevitabile epilogo di un sistema che non funziona. Oppure puoi scrivere un pezzo che racconta una famiglia in una situazione simile che ha trovato supporto. Che è stata aiutata. Che ce l’ha fatta.
Il primo tipo di articolo può contribuire a uccidere qualcuno. Il secondo può contribuire a salvarlo.
Che fare allora, non raccontiamo più i suicidi?
Ne parliamo, ma in modo non sensazionalistico, senza citare dettagli inutili alla comprensione dei fatti, senza narrare il suicidio come l’estrema soluzione a un problema irrisolvibile e spostando subito il focus sulla prevenzione.
Se ne parla, cogliendo l’occasione di fare prevenzione.
Ma perché i media continuano a narrare il suicidio in modo sbagliato?
Le linee guida dell’OMS per i professionisti dei media sono gratuite. Sono pubbliche. Sono state tradotte in decine di lingue. Sono state aggiornate nel 2023. Esistono da diciassette anni.
Senza contare i corsi di formazione per i giornalisti che spiegano anche questi aspetti e sono fatti pure molto bene.
Eppure la ricerca ci dice che il caso Perth non è un incidente. È un pattern strutturale del giornalismo italiano. Tre studi recenti lo documentano con una precisione che toglie qualsiasi alibi.
Il primo è di Giacinto D’Urso, pubblicato nel 2022 sul Journal of Psychopathology: il primo studio italiano a misurare quanto giornalisti e professionisti della salute mentale conoscano le linee guida OMS. Su 170 professionisti intervistati tra il 2021 e il 2022, il 54,3% dei giornalisti non le conosce adeguatamente. Ma il dato più inquietante viene dall’altra parte: il 69% degli psicologi, psichiatri e psicoterapeuti non le conosce nemmeno. Il 53% non sa cosa siano l’effetto Werther e l’effetto Papageno. Il 79% non si sente pronto a sostenere un’intervista sul tema del suicidio. E il 97% non ha mai collaborato con un giornalista su questo argomento. Il problema, insomma, è doppio: i giornalisti non sanno come scrivere, e gli esperti che dovrebbero guidarli non sono preparati a farlo.
Il secondo studio, di Scaioli e colleghi dell’Università di Torino, pubblicato nel 2023 su Public Health, ha verificato direttamente la compliance degli articoli dei giornali italiani alle raccomandazioni OMS. Il risultato: i giornali tendono a includere gli elementi potenzialmente dannosi — metodo, dettagli espliciti, sensazionalismo — e a omettere sistematicamente quelli protettivi — risorse di aiuto, storie di recupero, commenti di esperti. Quindi: non è una questione di singole testate. È un problema di sistema.
Il terzo studio è il più recente e il più devastante. Pubblicato nel 2024 su European Psychiatry da un gruppo di ricerca dell’Università di Torino e della Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health, ha analizzato tutti i 213 articoli sui suicidi pubblicati nelle edizioni cartacee di Corriere della Sera, La Repubblica e La Stampa — che insieme coprono il 51% delle copie vendute in Italia — per sette mesi, tra luglio 2022 e febbraio 2023. I numeri sono impietosi: meno del 15% conteneva un qualsiasi elemento protettivo — sfatare un mito, dare il numero di un servizio, citare un esperto. Gli elementi potenzialmente dannosi, invece, erano presenti nel 12-82% degli articoli. E gli adolescenti — che sono i soggetti più vulnerabili all’effetto imitativo — ricevevano una copertura ancora più intensa: il doppio degli articoli per caso rispetto agli adulti, articoli più lunghi, ma non più protettivi. In nessun articolo si fornivano link o numeri di contatto utili per prevenire suicidi.
Tre studi. Un unico quadro: il giornalismo italiano non è attrezzato per raccontare il suicidio senza fare danni.
Non è un problema di cattiveria. È un problema di formazione, di cultura redazionale, di incentivi sbagliati. Un titolo sensazionalistico genera clic. Una storia raccontata con empatia unidirezionale — poveri genitori, sistema che abbandona, gesto disperato — genera condivisioni. Le metriche premiano esattamente ciò che l’OMS chiede di evitare.
Ma le metriche non misurano le persone che, dopo aver letto quell’articolo, hanno pensato che forse anche per loro non c’è altra via d’uscita. Quelle persone non lasciano un commento. Non condividono il post. Non generano engagement.
A volte, non fanno più nulla.


