Fake news in sanità: come arginarle con un lavoro competente, anche da parte dei medici

fake news in sanità

Nella crisi dell’informazione che viviamo non è sufficiente combattere le «bufale» in senso stretto: la disinformazione in sanità è spesso più subdola, nasce dall’incapacità di interpretare correttamente uno studio, dallo scambiare rischio relativo con rischio assoluto, o dal sostituire correlazione con causalità. L’esperienza degli ultimi anni — e in particolare la pandemia — ce lo ha mostrato con chiarezza: colleghi e colleghe che non avevano esperienza di giornalismo scientifico si sono trovati a spiegare la medicina con lo stesso approccio della cronaca e il risultato è stato spesso fuorviante.

«Una fake news può essere anche un’informazione medica riportata in modo sbagliato»: è da questa premessa che ho costruito il mio intervento durante l’evento 𝐂𝐨𝐧𝐭𝐫𝐚𝐬𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐝𝐢𝐬𝐢𝐧𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞. 𝐃𝐚𝐥𝐥’𝐢𝐧𝐟𝐨𝐝𝐞𝐦𝐢𝐚 𝐚𝐢 𝐓𝐫𝐮𝐬𝐭𝐞𝐝 𝐅𝐥𝐚𝐠𝐠𝐞𝐫𝐬: 𝐮𝐧’𝐨𝐩𝐩𝐨𝐫𝐭𝐮𝐧𝐢𝐭𝐚̀ 𝐩𝐞𝐫 𝐢 𝐜𝐨𝐦𝐮𝐧𝐢𝐜𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢”, tenutosi lo scorso 20 giugno, organizzato da Pfizer Italia e FERPI.

 

Ho fatto un esempio recente, quello di uno studio sul tumore del colon presentato a un congresso internazionale e uscito sul New England Journal of Medicine: uno studio relativamente piccolo ha mostrato un’associazione tra esercizio fisico e riduzione delle recidive in un contesto ben definito — ma alcuni titoli giornalistici hanno ribaltato il messaggio, suggerendo che l’attività fisica potesse sostituire la chemioterapia. Questo tipo di deformazione non è una spettacolare «bufala» creata ad hoc, è scorretta interpretazione — e produce danno lo stesso.

Come questo titolo, criticato da molti, ma nonostante questo, è ancora online. E il pistolotto iniziale di spiegazioni da parte dei colleghi è ancora più imbarazzante: se voi lettori vi fermate la titolo, è un problema vostro! (sic!).

La fiducia nelle notizie continua a calare

La fotografia del rapporto tra cittadini e informazione è preoccupante: la fiducia nelle notizie è bassa e continua a calare in molti Paesi; in Italia, secondo il Digital News Report del Reuters Institute, solo il 36% degli italiani si fida di ciò che legge. Questo contesto spiega anche perché forme di informazione alternative — podcast, YouTube, TikTok — stanno diventando fonti primarie soprattutto per i più giovani, modificando profondamente come le persone consumano e si fidano delle notizie.

Che cosa possiamo fare, allora, noi che ci occupiamo di comunicazione e di giornalismo sanitario?

 

  • Riprendere la mediazione (ma in modo nuovo). Siamo usciti dall’epoca in cui i comunicatori e i giornalisti erano gli unici filtri d’accesso alle fonti: internet e i social hanno disintermediato tutto. Il nostro compito non è tornare a erigere barriere, ma posizionarci accanto ai lettori — spiegare, accompagnare, contestualizzare. Chiamo questo ruolo apomediazione: stare «di fianco» alle persone per aiutarle a orientarsi nella marea informativa.
  • Formare e formarsi. I giornalisti che si occupano di salute devono essere capaci di leggere uno studio scientifico, di distinguere rischio relativo e rischio assoluto, di comunicare l’incertezza intrinseca della scienza. Allo stesso modo, i professionisti sanitari devono imparare a comunicare in modo puntuale sui social: non per diventare «influencer», ma per offrire punti di riferimento affidabili in un ecosistema che premia la semplicità e le certezze facili. Su questo ho coordinato come responsabile scientifica la FAD “Se Ippocrate usasse Instagram” per l’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Milano.
  • Non limitarsi al debunking “pubblico”. Gli studi dimostrano che correggere una fake news con messaggi aggressivi sotto i post spesso non funziona: le persone ricercano certezze emotive e vivono in bolle di informazione. È più efficace costruire fiducia preventiva — contenuti chiari, accessibili, ripetuti — e strumenti che aiutino l’utente a verificare le fonti autonomamente.
  • Pretendere qualità delle fonti. Quando leggiamo una notizia medica, chiediamoci: qual è la fonte primaria? L’articolo cita lo studio? C’è trasparenza su metodi e limiti? Questo esercizio di verifica dovrebbe diventare prassi sia per i giornalisti sia per chi modera o cura contenuti in azienda o in istituzioni.

Infine, un messaggio pratico: non parliamo solo di «crisi» — termine abusato — ma di evoluzione. L’editoria, il giornalismo e la comunicazione sanitaria attraversano una trasformazione profonda. Abbiamo meno privilegio di canale, ma più responsabilità educativa. Non temo che l’intelligenza artificiale ci «ruberrà il lavoro»: la capacità di accompagnare le persone, di mettere in contesto uno studio e di comunicare le complessità della scienza è un mestiere umano, fatto di empatia, competenza e rigore.

Il mio invito alla task force FERPI e a tutti i partecipanti di questo evento (oltre a tutti i colleghi e colleghe in ascolto)è concreto: investiamo nella formazione — dei giornalisti, dei comunicatori e dei medici — e costruiamo strumenti di verifica e di accompagnamento che mettano i cittadini in condizione di capire. Solo così la lotta alla disinformazione in sanità potrà essere efficace: non contrastando le parole, ma restituendo senso alle informazioni.

Qui potete leggere di più sull’evento a cui ho partecipato: www.ferpi.it/news/contrastare-la-disinformazione-gli-spunti-del-webinar