Quando la notizia finisce e inizia lo spettacolo?
Crans-Montana, capodanno 2026. Oltre quaranta ragazzi morti in un incendio, di cui sei italiani. Una tragedia enorme. Ho guardato i telegiornali, ho scrollato i social. Per i primi giorni, il pensiero a quelle giovani vite spezzate e alle loro famiglie mi ha accompagnato giorno e notte.
Ma poi, nonostante passassero i giorni, e di notizie non ve ne fossero (se non l’avvio delle indagini), l’angoscia da privata cittadina e madre ha fatto posto a un senso di fastidio crescente. E da giornalista mi sono chiesta: perché ne stanno ancora parlando, se non ci sono notizie nuove al riguardo? Solo le indagini ci diranno di chi è la responsabilità di quanto accaduto, e non accadrà in pochi giorni.
Buttare in pasto al pubblico foto e vite private dei gestori dei locali, che al momento sono solo indagati a piede libero, è fare una corretta informazione?
Divulgare ogni giorno le foto dei ragazzi deceduti è fare informazione? Ci serve davvero sapere come si chiamavano e che volto avessero? Parliamo di minorenni. Ci serve sapere quanto stanno soffrendo i loro genitori e che ricordi hanno dell’ultima telefonata?
La risposta, per chi fa questo lavoro con professionalità, è no.
Per tutti gli altri, sì…eccome!
Ma allora, quando una notizia smette di essere notizia?
La risposta, da professionisti: quando non aggiunge più nulla ai fatti; quando il giornalista in collegamento dice le stesse cose del giorno prima con parole diverse, quando la diretta dell’aereo che riporta le salme diventa un evento televisivo.
C’è davvero bisogno di assistere in tempo reale al rientro delle salme? A che pro, esattamente?
Cosa aggiunge all’informazione vedere le bare bianche?
Stamattina ho visto esattamente questo. E non è informazione. E’ pornografia del lutto e del dolore.
Il ciclo della tragedia
Non sto parlando di teoria. Parlo di pratica quotidiana, di scelte editoriali che si fanno nelle redazioni. La scelta di mandare l’inviato per il terzo giorno consecutivo a ripetere che “l’atmosfera è di dolore” davanti a un edificio bruciato non è informazione. È occupazione di spazio.
Il ciclo è sempre lo stesso: la tragedia, i nomi delle vittime, le foto dai social (quelle sorridenti, ovviamente), le interviste ai vicini, i commenti degli esperti, il dibattito sulle responsabilità, la polemica politica, e poi — quando il materiale si esaurisce — si ricomincia da capo, con la cerimonia, il ritorno delle salme, i funerali in diretta.
Non è cinismo notarlo. È il mestiere.
La famiglia di una delle vittime italiane, ha chiesto di poter celebrare il funerale “possibilmente al riparo dalla vasta copertura mediatica che ha sinora contraddistinto le giornate successive alla tragedia”. È una frase che dovrebbe farci riflettere, noi che questo lavoro lo facciamo: quando le famiglie sentono il bisogno di proteggersi da noi, qualcosa non sta funzionando.
Non è la prima volta
Chi ha più di quarant’anni ricorda Vermicino. Giugno 1981. Alfredino Rampi, sei anni, cade in un pozzo artesiano a Frascati. Per tre giorni la Rai trasmette in diretta i tentativi di salvataggio. Diciotto ore consecutive. Ventuno milioni di spettatori. Il microfono calato nel pozzo trasmette i lamenti del bambino nelle case degli italiani. La madre fu strattonata e girata verso la telecamera in un momento cruciale delle operazioni.
Fu la nascita della “tv del dolore”.
Giancarlo Santalmassi, in un’edizione straordinaria del Tg2 del 13 giugno 1981, disse: “Volevamo vedere un fatto di vita, e abbiamo visto un fatto di morte. Ci domanderemo a lungo prossimamente a cosa è servito tutto questo.”
Quarant’anni dopo, un’analisi di TvBlog ha concluso: “Vermicino non ha insegnato nulla alla tv. Anzi. Verrebbe da dire che la tv continua a non capire cosa sia successo davvero davanti a quel pozzo, o finge di non capirlo.”
Dopo Vermicino nacque la Protezione Civile. Ma il giornalismo non cambiò.
La pornografia del lutto e del dolore
C’è una parola inglese che descrive tutto questo: grief porn. La pornografia del dolore. È brutta, lo so. Ma è precisa.
Carol Sarler, editorialista del Times, l’ha definita così: “questa nuova e peculiare pornografia del lutto” è “stimolo per procura, che si appoggia da voyeur su ciò che dovrebbe essere personale e privato, per nessun’altra ragione che il brivido e l’accelerazione di un polso altrimenti stanco.”
Ecco perché i media perseguono la pornografia del dolore: per il brivido che produce, non per l’informazione. Quella non è più essenziale.
E che impatto ha questo giornalismo sui famigliari delle vittime? A rispondere ci ha pensato uno studio accademico sulla miniera di Pike River, in Nuova Zelanda (29 minatori morti nel 2010), che ha identificato cinque impatti negativi della copertura giornalistica sulle famiglie delle vittime: paura e perdita di sicurezza fisica, stress e squilibrio emotivo, senso di violazione e sfruttamento, perdita di autonomia e controllo, interferenza con le relazioni e il recupero emotivo.
I ricercatori hanno anche smontato una giustificazione tipica dei giornalisti: l’idea che le famiglie trovino catartico parlare con i media. In realtà, hanno concluso, “è difficile trovare partecipanti alla ricerca che considerino l’attenzione mediatica non richiesta nelle prime fasi del disastro in una luce positiva. Anche se una persona in lutto può sembrare desiderosa di impegnarsi in questa fase, spesso è lo shock che parla — molti rimpiangono l’interazione in seguito.”
Eppure, in questi giorni i giornali italiani continuano a intervistare i genitori delle vittime, a fare domande come: Cosa vi siete detti l’ultima volta? Cosa vorrebbe dire a suo figlio?
E tutti immancabilmente a introdurre l’articolo con l’agghiacciante frase, ripetuta a pappagallo su tutti i media: “La telefonata che nessun genitore vorrebbe ricevere”...ho perso il conto di quante volte ho letto questa frase in questi giorni.
Ma che razza di giornalismo è questo?
Il vuoto normativo sui minori deceduti
Il problema è che non esistono regole deontologiche scritte su come comportarsi con i minori deceduti (a parte le vittime di suicidio, ma è un altro tema). Un aspetto che non avevo mai considerato fino in fondo, e che questa tragedia mi ha costretto a guardare in faccia.
La Carta di Treviso — il documento che dal 1990 tutela i minori nell’informazione — è costruita attorno a un presupposto: proteggere il minore “come persona in divenire”, salvaguardare il suo “regolare processo di maturazione”. Ma cosa succede quando il minore non c’è più?
Ho cercato nei testi. Né la Carta di Treviso, né il Vademecum del 1995, né il codice deontologico dei giornalisti affrontano esplicitamente il caso dei minori deceduti. È un vuoto normativo.
Un’analisi giuridica su Difesa dell’Informazione lo dice chiaramente: “Sembrerebbe che la Carta di Treviso si preoccupi, in linea di principio, del minore in vita.” E conclude che, in assenza di riferimenti espliciti, l’identificazione del minore deceduto è generalmente ritenuta lecita quando c’è interesse pubblico.
Ecco perché i nomi, i volti, le foto sorridenti dai profili social delle vittime di Crans-Montana sono ovunque. Tecnicamente, non c’è più una “personalità in divenire” da tutelare.
Ma c’è una famiglia da tutelare. Ci sono genitori che vedono il volto del proprio figlio moltiplicato su ogni schermo, commentato da sconosciuti, usato per attirare click. La tutela del minore finisce con la sua vita. Il dolore di chi resta, invece, continua.
Se proprio si vuole dare un volto a quei sei morti, perché non limitarsi a farlo una volta sola, senza ripetere all’infinito quelle immagini, ogni giorno, ad ogni ora?
E invece no: quando la tragedia è “grande” abbastanza, quando i numeri sono impressionanti, quando le vittime sono giovani e fotogeniche, allora tutto diventa lecito. Perché c’è “interesse pubblico”. Perché “la gente vuole sapere”.
Ma cosa vuole sapere, esattamente? Che il dolore è atroce? Che i genitori sono distrutti? Che l’aereo con le bare è atterrato? Queste non sono informazioni. Sono emozioni altrui che consumiamo come contenuto.
Forse è arrivato il momento di colmare questo vuoto. Di riconoscere che la dignità di una persona — e di chi la piange — non si estingue con il battito cardiaco.
L’economia dell’attenzione
Il problema non è la malafede dei singoli giornalisti. Il problema è strutturale.
Ne ho parlato tante volte. I media vivono di attenzione. L’attenzione si misura in click, visualizzazioni, share. Le tragedie generano attenzione. Più la tragedia è grande, più l’attenzione è intensa. E più l’attenzione è intensa, più si cerca di prolungarla.
L’algoritmo dei social amplifica. I media tradizionali rincorrono l’engagement. Il pubblico si sente in dovere di commentare, condividere, esprimere cordoglio. È un circolo che si autoalimenta, in cui tutti sono complici e nessuno è responsabile.
Nel frattempo, Mediaset ha stravolto il palinsesto per mandare in onda uno speciale di Quarto Grado sulla strage. Titolo dell’articolo che lo annunciava: “imperdibile”. Come fosse un film.
La domanda scomoda
Chi decide quando una tragedia smette di essere notizia? E perché quella decisione viene sempre rimandata?
La risposta onesta è: finché funziona, si continua. La notizia finisce quando l’attenzione cala. Non quando l’informazione si esaurisce — quella si è esaurita il secondo giorno — ma quando il pubblico si stanca.
Ci avete fatto caso che non si parla più della famiglia nel Bosco? Fino al 31 dicembre c’erano aggiornamenti quotidiani sul nulla cosmico. Poi è arrivata la tragedia di Crans-Montana e…pouf! La famiglia del bosco ha smesso di esistere. Ma tranquilli, quando tra qualche giorno calerà il sipario sulla tragedia svizzera e dopo che si saranno trasmesse tutte le immagini sui funerali…e ripreso ogni singola lacrima di genitori, amici e parenti… i media torneranno nel bosco. O a cercare qualche altro “maiale” da spolpare.
E qui sta l’ipocrisia. I media si presentano come servizio pubblico, come occhi della democrazia, come guardiani del diritto di sapere. Ma quando si tratta di tragedie come Crans-Montana, diventano qualcos’altro: macchine per estrarre emozione da eventi dolorosi, finché ce n’è da estrarre.
Un’alternativa esiste
La prossima notizia rilevante su Crans-Montana sarà l’esito delle indagini sulle responsabilità. Cosa non ha funzionato nei sistemi di sicurezza? Perché il locale aveva una sola uscita praticabile? Come è possibile che nel 2026, in Svizzera, muoiano quaranta persone in un incendio?
Queste sono domande che meritano approfondimento. Queste sono storie che hanno valore informativo. Un bravo giornalista se ne starebbe in silenzio e tornerebbe a far rumore tra qualche mese, in modo da tenere alta l’attenzione, chiedere informaizoni agli inquirenti e, nel contempo, rispettando il dolore dei protagonisti.
Ma non avverrà. Perché il silenzio, la sobrietà e la deontologia professionale non fanno share.
Fonti:
- TvBlog, “Vermicino, l’abisso della tv nella tragedia di Alfredino Rampi” (10 giugno 2021) — https://www.tvblog.it/post/vermicino-diretta-tv-voce-alfredino-rampi (da cui ho tratto la citazione sulla madre strattonata e la conclusione che “Vermicino non ha insegnato nulla alla tv”)
- La Sestina (Università di Milano), “Alfredino Rampi, 40 anni fa la tragedia di Vermicino e l’esordio della tv del dolore” — https://www.lasestina.unimi.it/main/cronache/alfredino-rampi-40-anni-fa-la-tragedia-di-vermicino-e-lesordio-della-tv-del-dolore/
- Cinecittà News, “‘La tv nel pozzo’, Alfredino e la tv del dolore” — https://cinecittanews.it/la-tv-nel-pozzo-alfredino-e-la-tv-del-dolore/ (da cui ho tratto la citazione di Santalmassi)
- Citazione di Carol Sarler sul Times – https://web.archive.org/web/20080706200813/http://www.timesonline.co.uk/tol/comment/columnists/guest_contributors/article2402693.ece
- Jamaica Observer, “Grief porn and responsible journalism: Where do we draw the line?” — https://www.jamaicaobserver.com/2023/01/04/grief-porn-and-responsible-journalism-where-do-we-draw-the-line/
- Taylor & Francis / Journal of Media Law, “The impact of grief journalism on its subjects: lessons from the Pike River mining disaster” — https://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/17577632.2019.1592337 (da cui ho tratto i cinque impatti negativi sulle famiglie)
- Taylor & Francis, “Preventing intrusive grief journalism: legal, policy and practical measures” (2025) — https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/17577632.2025.2509341 (da cui ho tratto la riflessione sul consenso delle persone in stato di shock)
- Society of Professional Journalists, “Ethics Position Papers: Reporting on Grief, Tragedy and Victims” — https://www.spj.org/ethics-papers-grief.asp
- Ordine dei Giornalisti, “Carta di Treviso” — https://www.odg.it/allegato-2-carta-di-treviso/24290
- Ordine dei Giornalisti, “Testo unico dei doveri del giornalista” — https://www.odg.it/testo-unico-dei-doveri-del-giornalista


