Per chi non vuole leggere fino in fondo: la MEDIA PARTNERSHIP con il giornalismo non c’entra nulla. Vi hanno ingannato.
Magari è chiaro a tutti, ma io comincio ad avere dei dubbi su cosa la gente creda siano le MEDIA PARTNERSHIP e quindi, al mio solito, rompo le scatole sul tema.
Allora.
Ci sono tante forme con cui il giornalismo di oggi tenta di sostenersi.
Non solo pubblicità dura e pura, ma anche abbonamenti, prodotti editoriali a pagamento, publiredazionali.
𝐄 𝐥𝐞 𝐌𝐄𝐃𝐈𝐀 𝐏𝐀𝐑𝐓𝐍𝐄𝐑𝐒𝐇𝐈𝐏.
𝐂𝐡𝐞, 𝐬𝐞𝐛𝐛𝐞𝐧𝐞 𝐢𝐥 𝐧𝐨𝐦𝐞 𝐬𝐢𝐚 𝐭𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐛𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐞 𝐬𝐮𝐠𝐠𝐞𝐬𝐭𝐢𝐯𝐨, 𝐜𝐨𝐧 𝐢𝐥 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐚𝐥𝐢𝐬𝐦𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐡𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐧𝐮𝐥𝐥𝐚 𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐯𝐞𝐝𝐞𝐫𝐞. 𝐒𝐨𝐧𝐨 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐮𝐧 𝐦𝐨𝐝𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐬𝐨𝐬𝐭𝐞𝐧𝐞𝐫𝐥𝐨 𝐞𝐜𝐨𝐧𝐨𝐦𝐢𝐜𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞.
Andiamo per gradi.
Quando leggete che una testata giornalistica o un gruppo editoriale o un sito che si occupa di informazione (non deve per forza essere una testata giornalistica) è MEDIA PARTNER di una certa iniziativa (evento, progetto, prodotto editoriale, etc..) significa che tra quel soggetto e il cliente (cioè l’organizzatore che deve promuovere quel progetto/prodotto etc..) c’è un contratto, una sorta di collaborazione in cui il primo comunica sui suoi canali – anche social – le cose che fa il secondo.
È una comunicazione commerciale a tutti gli effetti, che non ha niente a che fare con il giornalismo, anche se è veicolata da canali giornalistici.
MEDIA PARTNERSHIP suona meglio di publiredazionale e informazione commerciale, è più appealing, più figo, ti fa sembrare che ci sia del giornalismo in tutto questo, ma non è così.
L’accordo può essere per la copertura mediatica di un evento, oppure per fornire dati in esclusiva.
Facciamo un esempio.
La testata X fa un accordo di MEDIA PARTNERSHIP con una multinazionale di caramelle, che chiameremo OnlyPops, che fa un evento mega galattico in Italia per lanciare i suoi negozi sparsi per lo Stivale.
Il contratto prevede publiredazionali e video interviste a tutti i referenti dell’azienda presenti all’evento.
Non è importante che ci sia una notizia o che il tema sia interessante: la testata ospita questi contenuti in virtù di un accordo commerciale, che può prevedere transazioni in denaro o in visibilità, indipendentemente dalla notiziabilità dei contenuti. La redazione può occuparsi della stesura dei contenuti oppure può farlo il committente/cliente. Di solito questi contenuti non sono firmati dai giornalisti, o almeno non dovrebbero essere firmati. Spesso sono invece firmati…
Ancora, si possono fare MEDIA PARTNERSHIP tra editori e aziende che si occupano di valutazioni e raccolta e analisi dati, come quella tra l’Istituto Tedesco di Qualità e La Repubblica.
È tutto possibile ed è lecito, purché sia fatto secondo i santi crismi. Cioè, purché si spieghi al pubblico che quello che leggono non è un articolo giornalistico puro, ma un publiredazionale frutto della MEDIA PARTNERSHIP.
Cose che non succede praticamente MAI. Andate a rileggervi gli articoli che vi ho linkato e vedete se trovate un riferimento alla partnership…
Questo vuol dire che il contenuto commerciale è di minor valore? NO.
O meglio, non necessariamente. I dati e i contenuti oggetto del publiredazionale possono essere interessanti. Ma anche no.
Nella media partership la testata si comporta come agenzia di comunicazione e mette a disposizione il suo brand per comunicare un prodotto.
Ma dal punto di vista deontologico – e del rispetto del lettore, non solo della professione – bisognerebbe segnalare al pubblico che si sta leggendo un contenuto commerciale.
Quali sono le conseguenze di questa omissione?
Se al lettore non si spiega che l’articolo che sta leggendo è un publiredazionale e lo si fa invece passare per articolo, il lettore attribuirà valore giornalistico a quella che è una comunicazione commerciale a tutti gli effetti. Questo è quello che pagano le aziende che vogliono una media partnership con un media nazionale: far passare il loro contenuto come giornalistico, e non commerciale, per dargli autorevolezza. E i media accettano, e incassano.
E il giornalismo viene di nuovo schiacciato sotto logiche commerciali che finiranno per ucciderlo del tutto.
Di questo passo le comunicazioni commerciali avranno sempre più peso e spazio tra spazi che invece dovrebbero essere occupati solo dal giornalismo puro. E i lettori saranno sempre più confusi.
Ecco perché io, come giornalista professionista, cerco sempre di spiegare bene la differenza tra articolo e redazionale. Perché credo che la trasparenza sia un valore aggiunto per la testata e per la stessa azienda che decide di investirci.
I media mischiano giornalismo e pubblicità credendo che le persone non se ne accorgano e invece se ne accorgono eccome, visto che, come cita l’ultimo Digital News Report della Reuters, solo il 35% degli italiani si fida delle notizie dei media.
Nonostante tutti questi segnali, le marchette prolificano, come se gli editori e le redazioni non volessero nemmeno coglierli questi segnali.
Il giornalismo non morirà per colpa dell’AI generativa, state sereni.
Morirà sommerso dalle marchette.


