L’informazione ai tempi della post-verità: urge un ritorno all’etica giornalistica

etica giornalismo
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Immagine realizzata con AI (DALL-E)

Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una profonda crisi dell’informazione, con la diffusione incontrollata di notizie false, parziali o tendenziose, soprattutto attraverso i social network. Siamo nell’era della cosiddetta “post-verità”, in cui i fatti oggettivi hanno meno influenza nel plasmare l’opinione pubblica rispetto agli appelli emotivi .

Il giornalismo, come ho avuto modo di ribadire anche nella mia newsletter su Linkedin, Giornalisticamente, ormai segue i meccanismi dei social, anziché governarli.

La verità sostanziale dei fatti, l’utilità sociale della notizia, il rispetto della forma e delle modalità espositive sono ormai un lontano ricordo nella maggior parte dei media che leggiamo ogni giorno.

Eppure, questi tre criteri sono fondamentali per il giornalismo.

La sentenza della Corte di Cassazione del 1984 sul diritto di cronaca

Non lo dico solo io, non lo diciamo da oggi, ma è la stessa Cassazione a essere intervenuta sul tema quando io iniziavo a malapena a parlare nel 1984, con la storica sentenza n. 5259/1984 che ci ha ricordato (ma evidentemente molti si sono dimenticati) quali siano i criteri per un esercizio corretto del diritto di cronaca:

  • l’utilità sociale dell’informazione, intesa come sua rilevanza per la vita pubblica;
  • la veridicità sostanziale dei fatti riportati (non basta riportare formalmente fatti veri, bisogna contestualizzarli e verificarli a fondo per una ricostruzione equilibrata, senza forzature) pur nell’ammissibilità di una verità “putativa” (cioè la veridicità della notizia basata su una ricostruzione dei fatti scrupolosa e in buona fede, pur se successivamente smentita o rettificata);
  • il rispetto della forma e delle modalità espositive, che non devono eccedere lo scopo informativo né ledere la dignità delle persone.

Questi criteri li approfondiremo meglio nei prossimi articoli.

Secondo voi, il giornalismo oggi e chi si fregia di fare questo mestiere, li rispetta questi criteri?

L’avvento dei nuovi media e il moltiplicarsi incontrollato delle fonti ha prodotto un’informazione bulimica, ridondante, approssimativa, che ricorre spesso ad accostamenti impropri, sottintesi, forzature emotive per attirare click e visualizzazioni.

Uno studio del Reuters Institute nel 2020 evidenziava come la bassa fiducia dell’opinione pubblica verso i media tradizionali stesse spingendo verso un uso sempre più massiccio dei social network come fonte di informazione, nonostante la consapevolezza della scarsa affidabilità di tali piattaforme. Ciò ha prodotto quello che il filosofo Luciano Floridi definisce un “inquinamento informativo”, una distorsione sistematica del cyberspazio che altera la qualità dell’informazione disponibile.

I media sembrano sempre di più dei social network

Non solo. Questo corto circuito sta facendo somigliare i media sempre di più ai social network, perché ambiscono a quelle visualizzazioni e a quei click, il tutto a discapito del vero giornalismo che dovrebbe rispettare i criteri prima esposti, ribaditi anche dal Testo Unico dei Doveri del Giornalista che ormai per molti è solo carta straccia.

Oggi i giornalisti guardano spesso a Google Trends per capire di cosa parlare, quando il mondo intorno a loro dovrebbe già dare la strada da seguire…

Immagine generata con AI (DALL-E)

È urgente dunque che il giornalismo riscopra la propria responsabilità sociale, la deontologia che dovrebbe ispirarne il lavoro. Serve un’informazione che sappia distinguere l’essenziale dal superfluo, che verifichi le fonti anche nell’era della viralità, che contestualizzi i fatti invece di estrapolarli strumentalmente, che dosi i toni senza eccedere nel sensazionalismo, che sia consapevole dell’impatto sociale e umano di ogni notizia data.

Solo investendo sulla verifica, l’accuratezza e il fact-checking sarà possibile ristabilire un patto di fiducia coi lettori incrinato da troppe forzature. E solo così il giornalismo potrà riconquistare quella credibilità e centralità che oggi sembrano compromesse, ritrovando il proprio ruolo di cane da guardia della democrazia.

E come si fa?

Se ne parla, prima di tutto. I colleghi e le colleghe dovrebbero sollevare la questione in redazione, nelle riunioni mattutine (che mi dicono ormai fanno in pochi, si passa al pomeriggio per vedere che è successo sui social e riprenderlo..).

I direttori e le direttrici responsabili dovrebbero alzare la voce con l’editore di turno e far capire, dati di lettura alla mano, che i lettori sono stufi: perché se sui media trovano le stesse notizie che ci sono sui social, preferiscono i social, gratuiti, veloci e senza troppa pubblicità.


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Riferimenti:

  • Keyes R. The Post-Truth Era: Dishonesty and Deception in Contemporary Life. St. Martin’s Publishing Group; 2004 
  •  Kovach B., Rosenstiel T. Blur: How to Know What’s True in the Age of Information Overload. Bloomsbury USA; 2011. 
  • Ireton C, Posetti J. Journalism, fake news & disinformation. Unesco 2018.
  • Newman N. et al. Reuters Institute Digital News Report 2023. Reuters Institute for the Study of Journalism 2023. 
  •  Floridi L. Information ethics, its nature and scope. ACM SIGCAS Computers and Society Volume 36 Issue 3, September 2006. 
  • Black J. Semantics and Ethics of Propaganda. Journal of Mass Media Ethics, 14:2-3, 121-137. 1999
  • Wardle C, Derakhshan H. Thinking about ‘information disorder’: formats of misinformation, disinformation, and mal-information. Ireton, Cherilyn; Posetti, Julie (eds), Journalism, ‘Fake News’ and Disinformation. Unesco 2018
  • Ward SJ. Ethical Journalism in a Populist Age. Journalism Studies, 18:12, 1566-1584. 2017 
  • Graves L. Deciding What’s True: Fact-Checking Journalism and the New Ecology of News. Columbia University Press, 2019.
  • Kovach B, Rosenstiel T. The Elements of Journalism: What Newspeople Should Know and the Public Should Expect. Three Rivers Press, 2014