Intelligenza artificiale e giornalismo: un connubio possibile

Intelligenza Artificiale (ai) e giornaLismo
Intelligenza Artificiale (ai) e giornaLismo
Immagine realizzata con IA (DALL-E)

Mi sono espressa diverse volte già su come l’intelligenza artificiale sia percepita come un pericolo da chi si occupa di giornalismo e a mio avviso il timore può essere fondato, ma fino a un certo punto.

Dipende tutto da che tipo di giornalismo si intende portare avanti.

Quello vero non può temere l’intelligenza Artificiale. Vediamo perché.

L’Intelligenza Artificiale non è disinteressata

Ho già parlato dei tre criteri su cui dovrebbe basarsi il giornalismo: verità sostanziale dei fatti, interesse sociale della notizia, rispetto nella forma e nell’esposizione dei fatti.

Alla base del giornalismo c’è il concetto di servizio pubblico, un servizio della comunità per raccontare verità di interesse pubblico.

Noi giornalisti, più che servitori dello Stato, come si definiscono alcuni politici, siamo servitori della comunità.

Ecco qui il punto. Il disinteresse, nel senso di non avere secondi fini.

Il giornalista che scrive un pezzo di cronaca , o di medicina o altro ancora non può avere altri fini se non la corretta informazione. Altri fini come influenzare, emozionare, spaventare, far comprare, diffondere odio o propaganda politica…sono tutti fini che con il giornalismo non devono avere nulla a che fare.

Se poi una persona, dopo aver letto il nostro articolo, si emoziona o si spaventa o decide di votare un partito piuttosto che un altro, non deve dipendere da una nostra scelta deliberata nel momento in cui scriviamo, ma solo dal modo con cui una persona decide di interpretare le nostre parole, e su quello noi non abbiamo nessun controllo (e per fortuna!).

Qualsiasi altro fine al di là della corretta informazione, non può esistere. Altrimenti si sta facendo una cosa diversa dal giornalismo.

Ora veniamo al punto: l’Intelligenza Artificiale è disinteressata? NO.

L’algoritmo è insondabile, lo sappiamo, ma non è stato progettato per l’interesse pubblico, e genera informazioni sulla base di informazioni già ESISTENTI.

E crea la sua verità dei fatti, sulla base di fonti che noi non conosciamo, che possono essere piene di pregiudizi o informazioni sbagliate, che possono raccontare solo una parte della verità.

Perché all’intelligenza artificiale non interessa l’interesse pubblico, o la rilevanza sociale di una notizia e crea la sua verità sulla base delle fonti che decide di vagliare, e non è detto che siano le più accurate.

La verità putativa del giornalista

Il giornalista non la sua verità, ma la scopre dopo un attento vaglio delle fonti. È una verità putativa, vale a dire una verità scoperta in buona fede e con le fonti a disposizione, ma non è una verità assoluta. Perché il giornalista è, come ha ben detto Albert Camus, lo storico del presente, dell’istante. Ti racconto cosa succede adesso, ti presenta i fatti per come accadono, senza abbandonare però il mio senso critico, che in questo caso non significa esprimere un giudizio su quei fatti, ma capire come raccontarli nel migliore dei modi, che domande fare, come controllare e verificare le notizie, da dove partire e come concludere. Questo è il senso critico che il giornalista deve avere, una caratteristica essenziale che gli consente di capire se quello di cui si vuole occupare ha una rilevanza sociale (raccontare la guerra a Gaza ad esempio), o è del tutto inutile (riempire il giornale con decine di servizi sul Festival di Sanremo).

L’Intelligenza Artificiale non interpreta la realtà in modo disinteressato. Quindi usarla per scrivere un articolo al posto nostro, senza poi controllarlo, è non solo sbagliato, ma pericoloso.

L’intelligenza artificiale nel giornalismo va impiegata per aiutare il giornalista, con ricerche, riassunti, spunti…che poi però vanno verificati con occhio critico.

Per questo, quando mi sento dire che l’intelligenza artificiale ci sostituirà, mi viene da pensare che chi lo afferma del nostro mestiere non ne ha colto la complessità e la rilevanza sociale.

E non gliene faccio una colpa. Negli ultimi anni buona parte del giornalismo nostrano ha perso interesse per tutti e tre i criteri del giornalismo (verità sostanziale, rilevanza sociale, rispetto della forma)  e si sta sempre più avvicinando a una brutta copia del social media.


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