In questi giorni, nelle strade di Milano, campeggia una campagna dello IEO – Istituto Europeo di Oncologia – per il 5×1000. Il claim recita: “Il cancro è furbo. Lo IEO di più.” Sullo sfondo, due oncologi sorridenti, in camice bianco, proiettano un’ombra a forma di lupo.
Il messaggio è chiaro: evocare una sfida, una lotta, un duello all’ultima astuzia. Il cancro è l’avversario sleale, lo IEO è il cavaliere che conosce tutti i trucchi per batterlo.
In un’altra immagine, la campagna ci ricorda che il cancro è audace, ma lo IEO di più.
Peccato che il cancro non sia furbo.
E nemmeno cattivo. E nemmeno audace.
Per una ragione molto semplice: non è una persona.
L’equivoco della personificazione
Attribuire tratti umani a una malattia può avere un senso – e anche una funzione – nella narrazione individuale. Un paziente può decidere di chiamare il cancro “bestia”, “nemico”, “ladro”, “ombra”. Può immaginarlo furbo, infido, potente. È un meccanismo legittimo, persino terapeutico: serve a dare un volto al dolore, un nome alla paura, un bersaglio all’angoscia.
Ma un’istituzione che si occupa di medicina, ricerca, cura ha il dovere di fare un passo indietro rispetto alla semplificazione emotiva. Perché la comunicazione scientifica non è marketing. È responsabilità, precisione, onestà.
Il cancro, lo sappiamo, è una malattia complessa. È causato da cellule che cominciano a replicarsi in modo incontrollato, che perdono le normali regole della crescita e dell’interazione con l’ambiente. È una patologia grave, a volte curabile, a volte cronicizzabile, a volte purtroppo no. Ma non è una creatura intelligente, non elabora strategie, non “ci prova” a fregarti. Non è astuto. È biologia che va storta.
Le parole contano. Sempre.
Chi si occupa di salute dovrebbe saperlo più di chiunque altro: le parole non sono neutre. Definire il cancro “furbo” non è solo una licenza poetica: è una scelta narrativa con un impatto preciso. Perché sposta il discorso su un piano di inganno, di sfida, di competizione. E costruisce un’idea fuorviante, quella di una medicina “più furba”, che deve battere il male con le sue stesse armi.
La medicina, però, non è furbizia né audacia. È ostinazione. È metodo. È rigore. È lavoro quotidiano, fatto di studio, tentativi, fallimenti, verifiche. I medici non sono eroi in lotta contro un mostro, e nemmeno strateghi in una partita a scacchi con un nemico invisibile. Sono professionisti che provano, con tutti gli strumenti disponibili, a curare esseri umani.
Oggettività, non suggestione
L’informazione medica dovrebbe rimanere il più possibile oggettiva. È giusto emozionare, certo, ma senza distorcere. È giusto sensibilizzare, ma senza slogan. È giusto chiedere sostegno alla ricerca, ma senza costruire un duello epico che non esiste.
La speranza, il dolore, la rabbia, la paura: questi sono sentimenti umani, e appartengono a chi vive la malattia. Non dovrebbero essere strumenti retorici di chi comunica la scienza.
Anche perché, a ben vedere, la vera forza della ricerca non sta nel “fregare” il cancro, ma nel comprenderlo. Nell’avere pazienza. Nell’ammettere i limiti. Nell’affidarsi alla complessità, e non al marketing.
E allora sì, sosteniamo la ricerca. Parliamone. Raccontiamola. Ma chi la rappresenta, chi la comunica, chi le dà voce pubblica, si ricordi sempre una cosa: non serve essere più furbi del cancro. Serve essere più veri.


