Siamo vincitrici, non vittime

Quella che dovrebbe essere una festa delle donne, per le donne e tra le donne sta diventando sempre di più un giorno in cui parlare di violenza di genere, discriminazioni, disparità. È talmente forte l’esigenza di equilibri, di riconoscimenti, di meritocrazia dei sessi, per dirla brutalmente, che anche un giorno come l’8 marzo, che dovrebbe essere più una festa per quello che le donne hanno raggiunto più che un monito per i traguardi ancora non tagliati, si trasforma in agghiaccianti bollettini di guerra che ci ricordano, a noi donne, quanto ancora siamo lontane dagli obbiettivi, quanta strada c’è da fare. Si parla di 60 anni per arrivare alla parità salariale e per arrivare alla parità di genere per opportunità professionali a livello globale dovremo aspettare ancora duecento anni.

È tutto giusto, ogni giorno (non solo l’8 marzo o il 25 novembre, che è la Giornata Mondiale contro la Violenza sulle donne) occorre ricordare e lavorare per raggiungere gli obbiettivi di parità tra uomini e donne. Ma riusciamo, almeno per un giorno, a cambiare la narrazione da vittime a vincitrici?

Perché noi vinciamo, abbiamo vinto e continueremo a farlo. E ci vorrà tempo, dovremo perseverare. Ma noi vinciamo. Il mondo non esisterebbe senza le donne. La vita non esisterebbe.

Perché abbiamo così timore a dire che siamo vincenti, a ricordare i traguardi raggiunti (i nostri, non solo di personaggi pubblici)?

Io mi guardo indietro e non posso che essere soddisfatta della donna che sono diventata. Sono stata fortunata? O sono stata brava a fare le scelte giuste nel momento giusto? A scegliere di chi circondarmi, a chi dare ascolto, chi tagliare fuori dalla mia vita? Io credo di più nella seconda affermazione.

Io sono io solo grazie a me stessa.

E grazie a quelle donne che prima di me hanno lottato, lavorato, sudato per permettere un’emancipazione che ancora deve essere alimentata, certo, ma i passi avanti compiuti sono stati enormi.

C’è tanto da fare, ma abbiamo fatto tanto. Solo che non ce lo ricordiamo, non lo diciamo, non lo sbandieriamo come invece fanno gli uomini che ci ricordano ogni loro piccolo e grande successo ( e fanno bene!).

Dovremmo provare tutte a uscire da questo guscio di vittimismo che non ci fa godere appieno neanche dei nostri successi personali. Altrimenti il vero cambiamento arriverà tra 500 anni o non arriverà mai.

Siamo noi le prime a dover alzare la testa. Ad allontanarci da luoghi di lavoro tossici, capi o colleghi molesti ( e denunciarli, se è il caso). A fuggire da relazioni pericolose. A chiedere aiuto se la persona che amiamo diventa improvvisamente un mostro. A pretendere il riconoscimento di un diritto che ci è negato. Senza aspettare che altri lottino al posto nostro.

Noi siamo padrone del nostro destino. Chiedere aiuto, svegliarsi, capire la situazioni in cui ci si trova e lottare per uscirne sono le basi per la sopravvivenza. Non c’è bisogno del principe azzurro che ci salva perché il principe azzurro non esiste. Ci salviamo da sole.

E prima capiamo questo, prima arriveremo al cambiamento.

Quando sento dire che per cambiare la cultura maschilista occorre partire dalle scuole sono assolutamente d’accordo.

Questo vale anche per bambine: educarle a rispettare gli altri e se stesse, a interpretare i segnali di violenza sia domestica sia sul luogo di lavoro. Educare le donne di oggi a saper gestire il proprio destino.

Gestirsi da sole. Tante donne del passato e del presente ci hanno dimostrato che è questa l’unica strada possibile.

Prendere in mano la situazione, gestirla. Non esserne dominate, vittime.

Con questo non sto dicendo che sia facile. Anzi. Alcune situazioni poi non sono facilmente gestibili, come le violenze domestiche. Ma anche in questo caso, se ci sono segnali premonitori, credo che le donne dovrebbero coglierli: denunciare forse non serve? Allora vanno valutate altre opzioni. Fare nulla e subire per me non è un’opzione. E lo so che è un’affermazione forte la mia. Io mi struggo a vedere quelle donne barbaramente uccise da chi diceva di amarle. E’ una tragedia che si compie ormai ogni settimana. Ma le leggi anche se esistono non sono sufficienti e quindi torno a quanto dicevo prima, che ci dobbiamo salvare da sole: da chi dice di amarci ma invece ci vuole solo possedere e controllare e da chi non riconosce meriti professionali, minimizza il lavoro femminile e svilisce la donna in qualsiasi occasione. Da questo dobbiamo difenderci.

Se io oggi posso scrivere questo articolo e pubblicarlo liberamente lo devo alle donne che molto prima di me hanno iniziato a fare giornalismo a testa alta, senza timori.

Cristina di Belgioiso

Come Cristina di Belgioioso, il primo editore donna e la prima giornalista “pasionaria” della storia italiana, a capo del “battaglione Belgioioso”: 170 giovani napoletani, pieni di ardore patriottico che il 6 aprile 1848 entrano in una Milano imbandierata dai tricolori che acclama i volontari che giungono da tutta Italia per difendere la città che, due settimane prima, ha cacciato gli austriaci. Cristina combattè con la sua penna, fondando due fogli, “Il Crociato” e “La Croce di Savoia” per promuovere il plebiscito in cui vince il sì per l’annessione della Lombardia al Piemonte.[i]

Matilde Serao

Penso anche a Matilde Serao, giornalista che fondò Il Corriere di RomaIl Corriere di Napoli e nel 1892 il Mattino. La Serao era una ragazza meridionale nell’Italia post-unitaria che sfidò un mondo di uomini difendendo sempre la sua idea di libertà, grazie alla quale riuscì a infrangere due muri allora insormontabili: quello delle convenzioni sociali e quello della differenza di genere[ii].

Penso a Oriana Fallaci, giornalista ineguagliabile (per me) e alle sue interviste condotte con coraggio, come quella all’ayatollah Khomeini. Sempre in prima linea, aveva però anche un suo pensiero sulla necessità di emancipazione delle donne, un femminismo ragionato, potremo chiamarlo, non ideologico. Perché il conflitto, di qualsiasi genere esso sia, conduce inevitabilmente alla miseria[iii].

Oriana Fallaci

E io non potrei essere più d’accordo: le contrapposizioni non servono a nulla, continuare a rimarcare che gli uomini ci trattano male, credo non agevoli la transizione verso una vera parità di genere. Come fare, dunque?

Quote rosa, esoneri fiscali (Il Ministero per lo Sviluppo Economico gli ha appena approvati per far assumere donne….) non servono a nulla. Non è questa la strada.

La strada è lavorare sodo, prendere decisioni sensate e lucide, analizzare bene chi abbiamo vicino e cambiare terreno se questo diventa pericoloso. O combatterlo. Subire non è la soluzione.

Ce lo hanno dimostrato anche tante donne scienziate. La ricerca e la scienza sono campi tipicamente maschili, eppure queste donne sono andata avanti per la loro strada, senza elemosinare i meriti. Hanno lavorato sodo. Hanno anche subito umiliazioni, ingiustizie. Ma sono andate avanti, come bulldozer.

Vi riporto qui qualche esempio. E non sono i soliti esempi.

Jocelyn Bell Burnell

Jocelyn Bell Burnell, astrofisica britannica, nata in Irlanda del Nord nel 1943, ha scoperto le pulsar, stelle di neutroni a rapida rotazione che concentrano in dimensioni ridotte una massa pari o superiore a quella del Sole. La scoperta fu da Premio Nobel per la Fisica che non andò a lei, ma al suo supervisore uomo e al collega Martin Ryle. La decisione scatenò molte polemiche ma la Bell non se la prese e anzi ricorda quell’evento in modo positivo: «Sento di averci guadagnato, a non aver preso un Nobel – dice – se vinci un Nobel passi una settimana fantastica e poi nessuno ti premia con nient’altro. Se non lo vinci, vinci qualunque altra cosa. Praticamente ogni anno c’è stato qualche festeggiamento per un premio che ho vinto. È stato molto più divertente»[iv]. Questo è lo spirito giusto.

Mary Anning

Andiamo avanti. La paleontologa Mary Anning, nata nel 1799, è considerate tra le dieci donne inglesi che hanno più contribuito alla storia della scienza. Appassionata di fossili fin da bambina, da autodidatta scoprì alcuni esemplari marini dell’epoca giurassica. Purtroppo, per la posizione delle donne all’epoca e per la sua umile origine sociale, ottenne pochissimi riconoscimenti. Solo in tarda età cominciò a essere apprezzata, ma il suo lavoro oggi è stimato a livello internazionale e ha contribuito ai cambiamenti del pensiero scientifico riguardo alla storia della Terra. Charles Dickens, molti anni dopo la sua morte, raccontò la sua vita in un articolo, che concluse così: «La figlia del carpentiere si è conquistata un proprio nome, e lo ha meritato»[v].

L’americana Henrietta Swan Leavitt è famosa per la scoperta della “relazione periodo-luminosità” delle Cefeidi, stelle variabili molto luminose, e tra gli indicatori di distanza del cosmo più affidabili. Grazie a questa rivelazione si poterono stabilire le dimensioni della Via Lattea e l’astronomo Edwin Hubble (più famoso di lei, vero?) poté definire la distanza della galassia di Andromeda, che scoprì essere ben oltre la nostra (prima si pensava ne facesse parte).

Henrietta Swan Leavitt

La Hewitt iniziò come «donna calcolatrice» (sì, donna calcolatrice!) presso l’Harvard College Observatory  (le donne al tempo non potevano lavorare ai telescopi). Visto il suo talento nel calcolo, nel 1902 le fu affidato lo studio di migliaia di stelle variabili nelle Nubi di Magellano. Nel 1908 fece la famosa scoperta sulle Cefeidi. Nel libro divulgativo Measuring the Cosmos, gli autori David  e Matthew D.H. Clark hanno scritto: “Leavitt ha fornito la chiave per determinare la dimensione del cosmo, mentre Hubble l’ha inserita nella serratura, fornendo le osservazioni che hanno permesso la sua comprensione”.[vi]

Rina Monti

E chiudo con un’italiana che forse non tutti conoscono: Rina Monti. Laureatasi a Pavia nel 1892, è famosa per il contributo fondamentale dato alla limnologia (branca dell’idrologia che studia le acque continentali, come i laghi). Nel 1907 è stata la prima donna ad ottenere una cattedra universitaria nell’allora Regno d’Italia. Per studiare la vita dei laghi si cimentava senza paura in escursioni alpinistiche piuttosto impegnative e ad alta quota. Grazie alla sua attività, la limnologia ha potuto svilupparsi e nel 1938 è nato l’Istituto di idrobiologia, fondato a Pallanza. Pensate fosse facile per una donna a inizi 900′ essere riconosciuta come scienziata di valore? Si fa fatica adesso, figuriamoci a inizio 900′.

Autrice di un centinaio di pubblicazioni scientifiche, a Rina Monti è dedicato il Lago Monti, uno specchio d’acqua perennemente ghiacciato nella baia Terra Nova, scoperto in Antartide nel 1988, durante una spedizione scientifica italiana[vii].

Venendo alle donne di oggi, a quelle che hanno lottato e continuano a lottare contro questa pandemia, mi permetto anche di segnalarvi questo documento delle Nazioni Unite “COVID-19 AND WOMEN’S LEADERSHIP: FROM AN EFFECTIVE RESPONSE TO BUILDING BACK BETTER”[viii], in cui si parla di come i governi guidati da donne siano stati tra i più efficienti nel contrastare la pandemia.

Donne Capi di governo in Danimarca, Etiopia, Finlandia, Germania, Islanda, Nuova Zelanda e Slovacchia vengono riconosciute per la rapidità della risposta che stanno portando avanti, e non solo in termini di misure per “appiattire la curva” (distanziamento, tracciamento, etc..) ma anche di comunicazione trasparente e compassionevole, e di informazioni sulla salute pubblica basate sui fatti.

Donne è meglio? Per gestire la pandemia a quanto pare sì: il report afferma che gli stili di leadership usati dalle donne nel contrastare la COVID-19 sono stati più collettivi che individuali, più collaborativi che competitivi e più formativi che di comando. Il risultato: tassi di mortalità più bassi e politiche di contenimento più efficaci.

Per chiudere: tutte queste donne, per arrivare a questi successi, sono uscite (e forse non ci sono mai entrate) dalla narrazione del vittimismo. Hanno difeso le loro idee, hanno perseverato e con determinazione hanno spianato la strada a chi è arrivata dopo di loro e la stanno spianando a chi arriverà.

La pandemia sta colpendo soprattutto le donne, lo sappiamo, sia in ambito professionale sia in quello privato. E’ il momento di alzare la testa e di lavorare per cambiare le cose. Lo possiamo fare prima di tutto da sole e anche alleandoci fra di noi. Perché noi, a differenza dei maschietti, sappiamo fare meno gruppo, non riusciamo sempre a essere solidali, a tessere reti e relazioni duratore. I maschi sono molto più bravi. E fanno bene! Impariamo da loro questa solidarietà, questo saper unire le forze. Agiamo aggrappandoci a noi stesse, senza avere però timore di chiedere aiuto, di fare rete. E di tendere la mano, se qualcuno ce la chiede.

Continuiamo a lavorare sodo, a valutare con furbizia ambienti e persone che frequentiamo e a difendere ciò in cui crediamo. Lo dobbiamo fare per noi, per le nostre figlie e per le donne che verranno.

E gli uomini, quelli saggi (ce ne sono tantissimi), non potranno che apprezzare e riconoscere, coinvolgere ed assumere, premiare e nominare le donne in gamba che incontreranno. Gli altri spariranno.

È così, ed è solo questione di tempo, di resilienza e perseveranza.

Femminista? Non mi sono mai occupata della questione ma crede lei che abbia una ragione d’essere la questione femminista? Il femminismo non esiste, esistono questioni economiche e morali che si scioglieranno e si miglioreranno solo quando saranno migliorate le condizioni generali della donna. Assicurare alla donna il diritto sacrosanto di vivere e darle i mezzi per esercitarlo sottraendola alle necessità di un controllo o di un appoggio maschile. Questo, se accetto la parola, è femminismo». Matilde Serrao


[i] https://www.9colonne.it/27331/le-giornaliste-1-le-pioniere-dell-800-in-lotta-con-la-penna#.YEXmqGhKg2w

[ii] https://www.periodicodaily.com/matilde-serao-la-prima-giornalista-donna/

[iii] https://www.artiespettacolo.it/raccontare-e-testimoniare-uno-studio-sul-femminismo-ragionato-di-oriana-fallaci/

[iv] https://www.focus.it/scienza/scienze/jocelyn-bell-burnell-scopritrice-delle-pulsar-ha-vinto-il-breakthrough-prize

[v] http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/mary-anning/

[vi] https://www.aif.it/fisico/biografia-henriette-swan-leavitt/

[vii] https://it.wikipedia.org/wiki/Rina_Monti#:~:text=Cesarina

[viii] https://www.unwomen.org/-/media/headquarters/attachments/sections/library/publications/2020/policy-brief-covid-19-and-womens-leadership-en.pdf?la=en&vs=409

2 pensieri su “Siamo vincitrici, non vittime”

  1. Nek tuo post molto articolato hai messo in evidenza molte caratteristiche delle donne che si sono contraddistinte per il loro operato in un contesto che guardava ancora la donna come qualcosa da tenere in secondo piano. Certamente sono stati fatti enormi passi in avanti rispetto a quella tipologia di uomini che eserciravano il potere di “padre padrone” sulle donne ma si deve fare ancora tanta strada soprattutto sul piano paritario nel campo lavorativo.
    Complimenti per il tuo articolo e benvenuta su WP.

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  2. Parlavo proprio oggi della visioni vittimista che molte donne hanno di se stesse. Sempre succubi del sistema e del maschio. Di certo va fatto ancora tanto (diritti, riconoscimenti ecc) ma mi rifiuto di essere vittima. Se devo faticare per emergere lo faccio (e non è giusto che debba fare più fatica ok) ma non esiste che dica “non riesco per colpa loro” perchè spesso, non sempre, è un po’ un paravento dietro cui nascondersi. I cambiamenti avvengono tramite i fatti e se io dimostro di farcela e lo dimostrano le altre allora qualcosa può cambiare. Abbiamo la fortuna di vivere in un contesto occidentale nel quale seppur non sempre tutelati a dovere abbiamo diritti che ci permettono di farci sentire, nessuno per fortuna ci può zittire se affermiamo che qualcosa non va o al contrario che siamo brave e forti. Anzi è questo il modo migliore per dimostra che lo siamo. Per quanto riguarda le vere vittime di violenza il discorso forse è un po’ più sottile. Spesso si tratta di soggetti fragili che ai primi segnali non riescono a troncare e restano così legati ai loro carnefici. Vale anche per le vittime di manipolatori perchè non sono in grado di staccarsene pur magari riconoscendo i meccanismi che le portano a cadere in certe situazioni. Ma qua il problema si sposta dal generale al particolare. Se io son consapevole di entrare SEMPRE in relazioni malate devo lavorare su questo aspetto. Non è aspettando che la questione si risolve. In un certo senso potrei dirti che come nella prima parte di ciò che ti ho scritto la chiave sta sempre nel reagire. E purtroppo trovo che ancora troppo spesso sento donne adagiarsi sul problema invece che affrontarlo. Scusa il papiro confusionario 😀

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