Il principio di competenza

In questi giorni in cui il premier incaricato Mario Draghi porta avanti le consultazioni per formare il nuovo governo, emerge con inedita presenza il termine “competenza”.

L’ex governatore della Bce dice di voler formare il nuovo esecutivo ispirandosi al principio della competenza. E a me pare una notizia straordinaria. Credo che la competenza dovrebbe guidare le azioni degli individui, soprattutto di chi amministra la cosa pubblica o prende decisioni che hanno effetti anche su altre persone.

Badate bene, però, che non c’entrano i titoli accademici. O meglio, aiutano, ma la competenza non è qualcosa che, secondo me, si acquisisce con una o tre lauree. Si può essere molto competenti anche con la quinta elementare.

Perché? Perché competenza non significa solo saper fare determinate cose.

Competente è chi ha una certa autorità in un particolare ambito, è un soggetto considerato adeguato a ricoprire un certo ruolo, che ne ha legittima giurisdizione, che ha la facoltà per giudicare e prendere decisioni in uno specifico (o più) settori. E questo può venire dalle lauree, ma la vita mi ha insegnato che conta di più l’esperienza vissuta, anche se certamente un buon titolo accademico può sempre aiutare.

Ma se andiamo a rispolverare l’etimologia del termine, possiamo rimanerne affascinati.

La parola competenza deriva dal verbo competere, di origine latina: cum-petere, e indica l’azione di “andare insieme, far convergere in un medesimo punto”; anche nel significato di lavorare a un medesimo obbiettivo.

Credo che la competenza che Draghi va cercando sia un mix di queste due cose, ma è la seconda che in Politica deve prevalere. Ho messo la P maiuscola apposta, la Politica in senso alto, vale a dire l’arte di governare la cosa pubblica.

La competenza non è solo sapere, conoscere, essere esperti. Ma anche lavorare insieme a chi forse ne sa di più e poi, insieme, prendere decisioni verso un unico obbiettivo. Il bravo politico dovrebbe essere in grado di fare questo: non può conoscere tutto, ma avere quella competenza che gli permette di capire i suoi limiti e di ascoltare chi tecnicamente ne sa di più per poi prendere decisioni sensate per il bene pubblico.

Nella mia professione spesso affronto queste questioni: mi occupo di giornalismo medico e scientifico, ma non ho una laurea in medicina. Però ho la competenza di saper comprendere le notizie di questo settore e l’umiltà di sentire esperti in quell’ambito (medici, ricercatori, etc..) che possono aiutarmi a comprendere e a scrivere un articolo di valore per i lettori (bene pubblico).

Ecco che cosa è o cosa dovrebbe essere la competenza per chi lavora nell’ambito pubblico: avere gli strumenti per capire i fenomeni di cui ci si occupa e la volontà di lavorare verso lo stesso obbiettivo con chi ne sa un po’ più di te e può aiutarti a fare bene il tuo lavoro.

I politici devono imparare a fare questo, non possono certo essere tuttologi o superqualificati, perché sarebbero dei tecnici. E i tecnici arrivano a governare laddove la politica fallisce.

Per cui, mi auguro che i nuovi e vecchi politicanti prendano esempio dal modello della competenza e lo facciano proprio.

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